Introduzione
Un’opera non sopravvive perché fisica o digitale. Sopravvive se esistono copie verificabili, ridondanti, accessibili e documentate.
In questo documento tratterò brevemente del perché la presenza di queste qualità è imprescindibile per una corretta preservazione nel contesto delle opere d’arte.
- Verificabile significa che integrità, provenienza, versione e conformità dell’opera possono essere accertate attraverso evidenze affidabili e certificate.
- Ridondante significa non dipendente da un solo supporto, luogo, custode o autorità.
- Accessibile significa subito reperibile e facilmente fruibile dal pubblico a cui è destinata.
- Documentata significa accompagnata dalle informazioni tecniche, storiche e contestuali necessarie a identificarla, comprenderla e utilizzarla.
Un’opera va messa nelle condizioni tecniche, culturali e materiali di attraversare il tempo perché se affidata a una singola fragile incarnazione difficilmente sopravvive.
Preservare non significa permettere alle persone d’inchinarsi davanti a una reliquia in un museo, significa garantire contenuto, forma, contesto e condizioni di fruizione dell’opera.

Questo scritto non analizza i diritti dell’acquirente, le licenze commerciali o il funzionamento delle piattaforme digitali. Stabilisce però i principi fondanti con cui tali sistemi verranno valutati negli scritti successivi.
Il supporto è il mezzo, l’informazione è lo scopo
Un’opera stampata su carta non è più “originale” o “reale” di un eBook solo perché il supporto cartaceo è più facile da riconoscere per abitudine percettiva. Un libro è solo un insieme di pezzi di carta rilegati, non una forma più pura dello spirito.
La carta, la tela, il disco, la pellicola, l’SSD, la memoria umana, sono tutti mezzi fisici diversi che hanno uno scopo comune: salvare un’informazione del mondo. L’informazione è lo scopo. Il mezzo è rilevante solo nella misura in cui riesce ad assolvere il suo compito: la conservazione del dato salvato.1
La questione non è dunque scegliere tra fisico e digitale. La questione è capire quale supporto, quale infrastruttura e quali procedure possano rendere un’opera d’arte più resistente, più accessibile e più fedele alla volontà che l’ha generata.
La percezione non è affidabile
Osservare un’opera digitale non significa accedere direttamente all’informazione originale. Tra la copia e l’esperienza intervengono almeno due mediazioni: il dispositivo che la riproduce e il sistema percettivo che la interpreta.
Il principio non riguarda solo la visione. Vale anche per l’ascolto e, più in generale, per ogni forma di fruizione sensoriale: tra l’informazione originale e l’esperienza percepita interviene sempre una mediazione tecnica, fisiologica e cognitiva.
Ciò che si vede su uno schermo dipende dalla risoluzione, dalla distanza di visione, dalla calibrazione, dal profilo colore e dalle condizioni fisiologiche degli occhi. Lo stesso principio vale per le opere analogiche: ogni opera, per essere fruita, deve passare attraverso sensi umani imperfetti.
La percezione non può garantire che una copia sia integra, né stabilire se qualcosa sia stato alterato dal supporto, dal tempo o dal dispositivo di visualizzazione.2
Per questo bisogna distinguere nettamente la fruizione dell’opera (instabile) dalla verifica della sua integrità, che va eseguita con mezzi e procedure tecniche stabili.
La memoria non è un archivio
«Sempre caro mi fu quest’ermo colle». Comincia così L’infinito, una poesia di Giacomo Leopardi composta da oltre 550 caratteri dell’alfabeto italiano contando spazi e segni d’interpunzione. Alcuni di voi potrebbero credere di conoscerla a memoria. Ma per ricordarla e ritrasmetterla senza perdite dovreste aver memorizzato, non solo le parole, ma anche l’esatta punteggiatura che ritma la composizione.
Ma poniamo pure che siate riusciti a farlo, non basta, resta ancora un enorme problema. Pur conoscendo a memoria tutta la poesia, come potreste verificare che il contenuto del ricordo sia autentico e non una falsificazione della mente?
Per affermarlo senza margine di dubbio, dovreste confrontare il ricordo con una copia conservata in un supporto esterno, un libro o un file, perché la memoria umana è approssimativa e selettiva, il cervello altera e cancella di continuo frammenti d’informazione in base alla rilevanza percepita.3
Ma di nuovo non basta, perché anche la copia con cui il vostro ricordo si sta confrontando potrebbe essere stata compromessa. L’inchiostro su carta potrebbe essersi scolorito, un file potrebbe essere stato alterato o cancellato. Quindi:
- La copia con cui confrontare il ricordo dev’essere realmente valida. Non dev’essere soltanto integra ma anche autentica e corrispondente all’originale.
- Siccome ogni supporto di memorizzazione si degrada e i file possono corrompersi,1 la copia deve poter essere incorruttibile e resistere al tempo.
Oltre a supporti di memorizzazione efficaci, abbiamo bisogno di archivi. Oltre a dover conservare un’informazione, dobbiamo garantire che sia stabile e verificabile.
Il senso della copia originale
La parola ‘originale’ si rifà alla parola italiana ‘origine’ che serve a indicare la provenienza di qualcosa. Dal sito Treccani: «Con riferimento a scritti, opere d’arte o altre produzioni […] che riproduce il manoscritto dell’autore o comunque il testo da lui approvato […] di opera d’arte figurativa, quella fatta dall’autore stesso dell’opera».
Purtroppo non sempre «Autore = Detentore dei diritti»
Nel contesto dell’arte, lo scopo della copia originale è quello di stabilire, con il massimo grado di certezza possibile, l’autenticità di un’opera e la sua conformità alla forma approvata dall’autore o dai soggetti che hanno contribuito alla sua pubblicazione.
Senza una copia originale di riferimento è impossibile riuscire a riconoscere se uno o più elementi di un’opera abbiano subito alterazioni, manipolazioni o censure.
Un’osservazione forse scontata, ma utile da fare, è che anche una semplice traduzione, pure se autorizzata dall’autore stesso, non coincide mai pienamente con l’originale: interpreta, ricostruisce e altera inevitabilmente il testo di partenza.4
Il senso delle tante copie originali
Oltre alla quantità di copie circolanti, bisogna valutare la conformità a un riferimento conosciuto.
L’autenticità può essere compromessa dalla presenza di molte copie originali? Certamente no, se tutte le copie corrispondono alla copia certificata dall’autore.5
Un libro può essere riprodotto milioni di volte e ogni copia conforme resta originale nel senso decisivo per la lettura, perché riporta il testo autorizzato. Ma non tutte le opere hanno una forma unica e immutabile: esistono prime edizioni, edizioni corrette, ristampe, traduzioni autorizzate, versioni non censurate o restaurate.
Questa complessità diventa ancora più evidente nei videogiochi. Anche qui possono esistere molte versioni originali della stessa opera: la versione pubblicata al lancio, una versione corretta da patch successive, una versione modificata da aggiornamenti obbligatori, una versione con DLC, una versione distribuita su piattaforme diverse, e ognuna di queste può presentare differenze.6
A questo già instabile quadro si aggiunge un problema videoludico ulteriore: talvolta lo stesso “titolo” è stato usato per giochi sensibilmente diversi a seconda della piattaforma, con contenuti, struttura e sviluppatori non coincidenti.
In questi casi, chiedersi quale sia “la copia originale” può essere complicato. Spesso la domanda corretta è: quale versione vogliamo prendere come riferimento?
Il videogioco come opera instabile
Il videogioco non è soltanto un file o una sequenza di contenuti audiovisivi, è un’opera eseguibile: funziona attraverso codici, asset di diversa natura, motore grafico, sistema operativo, hardware, periferiche, librerie, servizi online, patch, licenze e talvolta server remoti obbligatori.
Per preservare un videogioco moderno non basta più conservare un disco, è necessario stabilire quali configurazioni dell’opera salvare: quale build, quale piattaforma, quale lingua, quali aggiornamenti, quali dipendenze tecniche e quali condizioni di esecuzione.
Un archivio videoludico non dovrebbe limitarsi a custodire una copia verificata dei file, ma documentare l’intero contesto tecnico e storico che rende quei file comprensibili ed effettivamente eseguibili.
Preservare un’opera richiede anche di stabilire quali sue proprietà debbano attraversare il tempo. Non tutte le opere dipendono dagli stessi elementi: per alcune è essenziale il testo, per altre l’aspetto, il comportamento, l’interazione, l’ambiente tecnico o le condizioni materiali di fruizione.
Poter eseguire Resident Evil 4 versione Wii, ma giocare senza Wiimote, è sufficiente a restituire l’esperienza completa dell’opera originale?
Bisogna stabilire e valutare se una migrazione, un’emulazione, un restauro o una trasformazione abbiano realmente conservato ciò che consideriamo essenziale.
Il valore delle poche copie originali
Il valore essenziale dell’opera d’arte dipende da innumerevoli fattori: dall’identità dell’autore, dalla qualità delle tecniche utilizzate, dall’importanza concettuale, dalla percezione del pubblico che subisce il suo fascino; ma anche dalla sua rarità?
La Gioconda ha un valore economico inestimabile soprattutto perché esiste un solo esemplare riconoscibile come originale, ma la sua unicità non è affatto un vantaggio dal punto di vista della preservazione o dell’accessibilità. Al contrario, proprio perché esiste una sola copia originale, la sua conservazione è vincolata a un singolo oggetto fisico e la sua fruizione diretta è legata a un solo luogo specifico da raggiungere.
Per ogni Gioconda sopravvissuta grazie alla sua celebrità, esistono innumerevoli opere in singola copia che abbiamo perduto per sempre.
Inoltre: l’opera è poco accessibile. Bisogna recarsi fisicamente al Louvre a Parigi e sperare di poter osservare la piccola tavoletta di Leonardo da diversi metri di distanza per due minuti immersi in una folla di persone con lo smartphone in mano.

La maggior parte delle persone non ha visto la Gioconda, ha visto la sua riproduzione digitale, cioè un file immagine che la rappresenta. Ma anche chi l’ha “vista”, nelle condizioni medie appena descritte, forse l’ha veduta ma non l’ha davvero fruita come opera pittorica. Ha piuttosto partecipato all’esperienza sociale della Gioconda, fatta di rumore e venerazione di una reliquia, senza una vera esperienza estetica del dipinto.
Potete davvero affermare, al di là di ogni possibile dubbio, che l’esperienza di osservare la Gioconda – con tranquillità e per il giusto tempo – attraverso un file digitale ad altissima risoluzione e un display adeguato, sia inferiore a una visita al Louvre?
Il valore delle molte copie originali
L’esistenza di molte copie originali, identiche e conformi, non modifica la qualità formale di un’opera, non rende migliore o peggiore il testo di un libro, la composizione di un brano, il montaggio di un film o la struttura di un videogioco.
Può però aumentare il valore artistico dell’opera nel suo senso più nobile, ampio e decisivo: la sua possibilità di trovare un pubblico e di essere effettivamente fruita da esso.
Se un’opera esiste per produrre esperienza, pensiero, memoria, interpretazione e fascino estetico, allora la sua accessibilità non è un dettaglio secondario: è parte della sua potenza espressiva.
Se la rarità può aumentare il prezzo di mercato, e l’esclusività può aumentare il valore percepito dalle menti più volgari, la molteplicità, invece, può aumentare di molto la resilienza dell’opera e la sua possibilità di circolare liberamente.
Se una sola copia autentica viene smarrita, manipolata o danneggiata irreparabilmente, l’opera rischia di scomparire per sempre. Se invece esistono molte copie autentiche, la perdita di un singolo esemplare non compromette la sopravvivenza dell’opera.
Per la stessa ragione, poter fruire di un’opera non significa necessariamente custodirne una copia correttamente. La preservazione richiede che almeno un custode autorevole disponga di un controllo sufficiente per verificare, distribuire e ripristinare l’opera.
La potenza della ridondanza
Se tutte le molte copie originali si trovassero nello stesso identico luogo e scoppiasse un incendio che distruggesse ogni copia nello stesso momento?
Per risolvere questa problematica esiste una soluzione evidente: la ridondanza.8
In informatica, la ridondanza indica la replica delle stesse informazioni in luoghi separati, su supporti e sistemi fisici differenti, così da ridurre il rischio che un singolo guasto, errore o evento distruttivo comporti la perdita definitiva dei dati.
Per attuare tale strategia di preservazione è necessario che l’opera sia riproducibile facilmente e che ogni sua riproduzione venga considerata originale e conforme.
Qual è il metodo più rapido e potente per stabilire l’autenticità e la conformità dei dati?
La potenza del digitale
I file digitali possiedono tre qualità straordinarie per la preservazione:
- Possono essere duplicati con estrema facilità. Basta un copia e incolla.
- Possono essere distribuiti rapidamente in luoghi diversi su scala globale.
- La loro integrità può essere certificata matematicamente. Una copia digitale può essere verificata tramite funzioni di hash crittografico, come SHA-256, che forniscono una prova estremamente solida che essa non sia stata alterata.
Nella conservazione digitale quest’ultima proprietà viene chiamata fixity, e indica anche la possibilità di accertare che un file sia rimasto identico nel tempo.9 La Library of Congress la considera un principio basilare della preservazione.10
Grazie alla rapidità di distribuzione su scala globale, attraverso internet, è possibile applicare un sistema di ridondanza per avere molte copie in molti luoghi differenti.
Tuttavia duplicazione, ridondanza e crittografia ancora non bastano.
Un hash può darci la sicurezza che un certo dato sia identico a “qualcosa”, ma non stabilisce da solo che quel qualcosa corrisponda effettivamente all’opera di riferimento. Servono dei soggetti terzi per attestare provenienza, versione e autorità della copia.11
Necessità di custodia e verifica
Oltre a sistemi di duplicazione digitale servono archivi affidabili, soggetti che siano in grado di custodire le copie e garantire l’accuratezza dei dati conservati.11
Gli archivi frammentati dei singoli utenti sono purtroppo insufficienti per una preservazione seria su vasta scala che resista nel tempo.
Un sistema di archiviazione serio deve poter rispondere a molteplici domande. La copia è integra? Da dove proviene? Chi l’ha autorizzata? A quale versione dell’opera corrisponde? Chi l’ha già custodita? Con quali procedure? È ancora accessibile?11

Questo tipo di ragionamento è ben riassunto anche dai Levels of Digital Preservation della NDSA, una matrice pensata per aiutare archivi e istituzioni a costruire o valutare programmi di preservazione digitale.8
Solo in questo modo la copia digitale può diventare, non solo duplicabile e verificabile, ma anche storicamente e culturalmente valevole e affidabile.
Ma ammettiamo pure che si riesca a dare vita a un sistema archivistico capillare e istituzionale, una rete capace di conservare tante copie in tanti luoghi diversi. Quel sistema può restare fragile se il potere sulle copie resta concentrato in poche mani.
Importanza della decentralizzazione
Un sistema di ridondanza digitale non è davvero robusto se tutte le copie, pur trovandosi in luoghi diversi, dipendono dallo stesso soggetto, dalla stessa piattaforma o dalla stessa autorità centrale. In questo caso la distribuzione geografica riduce alcuni rischi materiali ma lascia intatto il rischio politico, economico e organizzativo.
Non è accettabile che un attacco mirato possa distruggere irreparabilmente un archivio di preservazione. Una copia a Milano, una a Berlino e una a New York non bastano, se tutte possono essere cancellate, alterate o rese inaccessibili da uno stesso attaccante, sia che si tratti di un singolo, sia che si tratti di un comando amministrativo o di una volontà politica.
Per questo, un sistema solido di preservazione deve applicare un particolare tipo di ridondanza distribuita: la ridondanza decentralizzata. Molte copie, in molti luoghi, sotto il controllo di soggetti indipendenti, capaci di controllarsi a vicenda.
Decentralizzare significa che la sopravvivenza delle opere non dipende da un unico archivio, un unico ente politico o un unico database di verifica.
La copia digitale è potente anche perché può essere controllata, confrontata e riparata con facilità. Ma una rete archivistica di copie è davvero forte solo quando le copie sono custodite da soggetti indipendenti, verificate in modo plurale e riparate attraverso procedure prudenti12.
La decentralizzazione deve riguardare anche la continuità nel tempo. Ogni archivio, istituzione o custode può cessare di esistere, perdere finanziamenti o non essere più in grado di assolvere alle proprie responsabilità. Per questo motivo può essere utile implementare procedure di successione: stabilire a chi trasferire l’infrastruttura quando uno dei custodi abbandona la rete, soprattutto se i custodi di un certo database sono pochi. Un archivio affidabile non deve dipendere dalla sopravvivenza dei soggetti che “oggi” lo amministrano, anche se sono affidabili.
Verifica, controllo e riparazione
Un archivio digitale necessita di operazioni di controllo e ripristino affidate a una rete di custodi che seguono tre regole d’oro:
- Consenso distribuito (Verifica): L’integrità non è decisa da un registro centrale, ma dal consenso tra peer indipendenti che confrontano i propri dati.
- Autonomia politica (Controllo): Poiché le copie sono gestite da soggetti giuridicamente e politicamente autonomi, nessun attacco mirato, fallimento organizzativo o cambio di policy di un singolo attore può distruggere l’archivio.
- Restauro prudente (Riparazione): Le procedure di ripristino dei dati compromessi devono essere rigide, documentate e contestabili, impedendo che un errore locale possa propagarsi e contaminare il resto della rete.

Sistema di verifica
Il sistema di verifica è il meccanismo autoritario che stabilisce:
- Questa copia è integra?
- Corrisponde alla versione corretta?
Il rischio è di avere molte copie ma un solo registro centrale della verità. Se quel registro viene alterato, perso o aggiornato male, tutte le copie vengono giudicate usando un riferimento errato. Per evitare che un archivio di fixity diventi un punto unico di fallimento o attacco, l’integrità del dato – insieme alla sua originalità – deve emergere dal consenso tra peer indipendenti.
Sistema di controllo
Il sistema di controllo è il ciò che può cancellare, modificare, bloccare, revocare o rendere inaccessibili le copie. Qui la decentralizzazione diventa decisiva.
Un sistema può essere distribuito geograficamente ma centralizzato politicamente.
Dieci copie in dieci luoghi diversi del mondo restano vulnerabili se un solo partecipante al sistema di preservazione ha il potere di manipolare presenza, accessibilità o autenticità della maggioranza delle copie presenti nell’archivio.
Sistema di riparazione
Il punto di riparazione è il meccanismo che decide cosa fare quando una copia risulta corrotta. In un archivio digitale, questo processo tende a essere automatizzato.
Ma se il sistema di riparazione è automatico e centralizzato, una copia corrotta può diventare la nuova fonte di verità e contaminare tutte le altre. In tal caso la ridondanza, invece di proteggere l’opera, moltiplica l’errore in modo potenzialmente devastante.
Se un nodo compromesso tentasse di “riparare” le copie sane della rete usando una copia corrotta, in un sistema realmente decentralizzato il danno resterebbe confinato al suo cluster locale, senza contaminare automaticamente gli altri cluster indipendenti.
Conclusione
La preservazione non è gratuita. Non lo è un museo che conserva tele e sculture, non lo è una biblioteca che conserva libri, e non lo è di certo un archivio complesso che conserva dati come quello appena descritto in questo documento.
Un’archiviazione seria richiede infrastrutture, coordinamento, personale competente, verifiche periodiche, accordi giuridici, procedure di accesso e molto altro ancora.13
Un riferimento europeo in questa direzione è l’iniziativa eArchiving (E-ARK)11, che fornisce specifiche aperte per pacchetti archivistici interoperabili, metadati e processi di conservazione digitale a lungo termine. Purtroppo, E-ARK non parla di una rete decentralizzata di custodi indipendenti, ma almeno offre una base tecnica per maneggiare archivi di copie digitali.
Preservare costa denaro. Non preservare costa storia e cultura.14
Un sistema digitale di archiviazione può raggiungere livelli di affidabilità e resilienza impossibili da ottenere attraverso sistemi esclusivamente analogici. Si parla, non soltanto alla preservazione dei videogiochi, ma anche delle opere analogiche digitalizzate e di ogni altra opera nativa digitale.
Ad affermare la potenza straordinaria del digitale non sono soltanto io in questo scritto: musei, biblioteche e altri archivi già da tempo parlano del tema e digitalizzano le opere.15 16
Per questo ritengo necessario che emerga un sistema unificato, federato nella custodia, aperto negli standard, distribuito nel controllo, verificabile nei dati e sostenuto da istituzioni capaci di assumersi una responsabilità che va ben oltre il normale ciclo economico dei prodotti.
Le aziende da sole non sono affidabili, possono custodire i dati finché c’è un interesse economico, ma non hanno come scopo primario la memoria culturale collettiva; e la condivisione P2P spontanea è nobile e oggi necessaria, ma fragile, priva di controllo e coordinamento.
Note a piè di pagina
Note a piè di pagina
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Jeff Rothenberg, Avoiding Technological Quicksand: Finding a Viable Technical Foundation for Digital Preservation, Council on Library and Information Resources, 1999. Sul rischio dei supporti fisici che contengono file digitali. Non solo supporti come Hard disk e CD degradano rapidamente, ma l’obsolescenza tecnologica di hardware e software può rendere un dato illeggibile anche se il supporto rimane intatto. ↩ ↩2
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ISO 3664:2025, Graphic technology and photography — Viewing conditions. Lo standard mostra come la percezione visiva sia un fenomeno psicofisico instabile dove, a causa anche della presenza di molteplici fattori esterni, l’occhio umano risulta biologicamente inidoneo a valutare l’integrità di un’immagine. ↩
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Blake Richards e Paul Frankland, “The Persistence and Transience of Memory”, Neuron, vol. 94, n. 6, 2017, pp. 1071-1084, DOI: https://doi.org/10.1016/j.neuron.2017.04.037. Lo studio evidenzia come il cervello modifichi e riduca costantemente le informazioni memorizzate in base alla rilevanza percepita. Il ricordo è per definizione una ricostruzione approssimativa, strutturalmente inadatta a un riscontro di fedeltà senza un supporto certificato esterno. ↩
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Umberto Eco, Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, 2003. Eco mostra che la traduzione non coincide mai pienamente con l’originale, è una negoziazione interpretativa e trasformativa. ↩
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Nelson Goodman, I linguaggi dell’arte, 1968; cfr. “Goodman’s Aesthetics”, The Stanford Encyclopedia of Philosophy. Sull’originalità delle opere allografiche (riproducibili) che dipende dalla conformità a uno script o sistema notazionale, non dall’unicità dell’oggetto materiale. ↩
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Jerome P. McDonough et al., Preserving Virtual Worlds: Final Report, University of Illinois Urbana-Champaign, 2010. Il progetto indaga la preservazione di videogiochi, interactive fiction e mondi virtuali come artefatti digitali complessi che richiedono metadati, rappresentazione dei contenuti e casi di studio archivistici per la conservazione a lungo termine. ↩
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David Throsby, Economics and Culture, Cambridge University Press, 2001. Throsby può aiutarci a distinguere valore economico e valore culturale dei beni artistici. ↩
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National Digital Stewardship Alliance, Levels of Digital Preservation. Una matrice di riferimento per costruire o valutare programmi di preservazione digitale, articolata per livelli progressivi di maturità su storage, integrità, controllo, metadati e accesso. ↩ ↩2
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Digital Preservation Coalition, Fixity and checksums. Sulla fixity per controllare l’integrità dei file nel tempo tramite checksum e hash, contro alterazioni, corruzioni o perdite di dati. ↩
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Library of Congress, Protect Your Data: File Fixity and Data Integrity, 2014. Fonte istituzionale che identifica la fixity come pratica necessaria per la preservazione digitale. ↩
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Commissione europea, eArchiving Initiative. L’iniziativa fornisce specifiche, formazione e conoscenza per preservare informazioni digitali nel lungo periodo. Le specifiche E-ARK definiscono pacchetti informativi interoperabili (CSIP, SIP, AIP e DIP) in linea con il modello OAIS. ↩ ↩2 ↩3 ↩4
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LOCKSS Program, Preservation Principles, Stanford University Libraries. Modello di rete peer-to-peer che evita un unico registro canonico e si affida al consenso tra nodi indipendenti. ↩
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ISO 14721, Open archival information system (OAIS) Reference Model, testo definitivo basato sul documento partecipato “Magenta Book”: https://ccsds.org/Pubs/650x0m3.pdf. Il modello definisce l’archivio come un sistema composto da hardware, software, informazione, processi, procedure, organizzazione e personale qualificato. ↩
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UNESCO, Charter on the Preservation of the Digital Heritage, 2003. La Carta definisce il patrimonio digitale come parte dell’eredità comune dell’umanità e richiama la necessità di conservarlo attraverso selezione, continuità, accessibilità e responsabilità istituzionale. ↩
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Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, “Magazzini Digitali”. Servizio nazionale di conservazione e accesso ai documenti digitali di interesse culturale. ↩
-
Associazione Italiana Biblioteche, “Nuovo Manifesto per le biblioteche digitali”, 2020. Il manifesto definisce la conservazione permanente dell’eredità culturale digitale come funzione pubblica, necessaria, insostituibile e strategica per la collettività. ↩